Guarire dalla normalità

Essere normali non significa stare del tutto bene ma solo stare come la media delle persone, le quali, come sappiamo, non sono affatto esenti da sofferenze, non solo fisiche ma soprattutto psicologiche, esistenziali e relazionali.


Come riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità, la salute è infatti "uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità". Ciò implica che possano esistere stati di benessere superiori alla normalità. Tale idea si è affacciata solo da poco nella civiltà occidentale, mentre è presente da secoli in molte tradizioni spirituali dell’oriente, per le quali le persone normali vivono senza essere realmente coscienti dei propri bisogni, emozioni, pensieri e sensazioni e comportandosi in modo meccanico e spesso controproducente. Tale inconsapevolezza è ritenuta la causa primaria della infelicità umana e dei conflitti con se stessi e con gli altri e viene spesso descritta metaforicamente come un velo che offusca la percezione. Il primo passo per uscire da tale patologia collettiva consiste nel risvegliare la propria coscienza e oggi un sempre maggior numero di persone è pronta a farlo, chi seguendo una qualche via orientale, chi corsi di pensiero positivo e altre tecniche new age, chi rivolgendosi alla psicoterapia o al counseling.
L’essere umano alla nascita è totalmente vulnerabile e il suo bisogno primario è di essere amato incondizionatamente. Egli dispone di uno specifico corredo di potenzialità (sé potenziale) che, se ben accolte dall’ambiente familiare e sociale, potranno svilupparsi armonicamente formando una personalità sana e un individuo realizzato, mentre in caso contrario daranno luogo ad una personalità più o meno distorta e disarmonica, che causerà inefficacia e sofferenza. L’incapacità dei genitori e degli altri adulti di soddisfare adeguatamente i suddetti bisogni determina nel bambino profonde sofferenze psicoaffettive o ferite di non amore che producono due distinte ma interconnesse reazioni adattive: a) strategie di difesa volte a evitare ulteriori ferite e a ridurre la sofferenza di quelle già subite (desensibilizzazione, rimozione, razionalizzazione, spostamento, proiezione, negazione etc.); b) strategie di ricerca di surrogati affettivi - approvazione e/o potere - per sopperire alla carenza di amore. Le suddette distorsioni e strategie, oltre a limitare le facoltà di pensare e sentire del soggetto, si imprimono sulla sua nascente personalità divenendone tratti stabili e portando a quella che viene definita falsa personalità o ego, causa principale della sofferenza psichica dei soggetti adulti.
Sebbene le cause originarie risiedano in eventi o situazioni dolorose del passato, spesso dell’infanzia (traumi, microtraumi associati, deprivazione affettiva prolungata etc.), la sofferenza psichica attuale non va imputata ad essi ma al permanere delle strategie difensive e surrogatorie che mettemmo in atto per adattarci alla situazione e che adesso - non essendo più necessarie per le mutate condizioni interne e esterne – risultano inefficaci e spesso controproducenti. Il permanere delle suddette strategie dipende: a) dalla insufficiente consapevolezza dell’individuo; b) dalla sua disabitudine a sottoporre a vaglio critico le proprie credenze, valori, emozioni, bisogni, desideri e modelli di comportamento; c) dal fatto che la maggior parte degli individui - ignorando che esiste un altro e più profondo livello dell’essere (il sé potenziale) in cui risiede in modo più autentico la propria vera essenza - si identifica a tal punto nella personalità da non essere disposti a metterla in discussione. In funzione di quanto sopra espresso, i percorsi di crescita dovrebbero basarsi sui seguenti tre principi: 1) sviluppare la consapevolezza del soggetto, addestrandolo poi ad utilizzarla per sottoporre a vaglio critico le proprie credenze, valori, emozioni, bisogni, desideri e modelli di comportamento; 2) spiegare la distinzione tra essenza e personalità, aiutando l’individuo a verificare la corrispondenza tra le due e a disidentificarsi dalla seconda laddove non corrisponda alla prima; 3) aiutare il soggetto a depotenziare i processi che impediscono alla personalità di cambiare e evolvere: a) facilitando un allentamento del controllo e una maggiore spontaneità; b) sviluppando la capacità di sospendere il giudizio; c) sviluppando l’equanimità verso tutte le proprie qualità o sub-personalità, belle o brutte che siano; d) risvegliando la capacità di amare se stessi incondizionatamente. Questo percorso terapeutico ed evolutivo è facile a spiegarsi, meno facile a farsi, ed è per tale motivo che consiglio di non percorrerlo da autodidatta, ma di affidarsi a una guida di comprovata esperienza e serietà.

Articolo di Enrico Cheli tratto da Re Nudo